Forum con Di Vico (Corriere), Meletti (il Fatto) e Lanzillotta del Terzo polo
Quattro chiacchiere su Monti
Il Foglio ha fatto quattro chiacchiere sul governo presieduto da Mario Monti. Hanno partecipato Linda Lanzillotta, ex ministro degli Affari regionali nel secondo governo Prodi, ora deputato dell’Api-Terzo polo; Dario Di Vico, editorialista del Corriere della Sera; e Giorgio Meletti, editorialista del Fatto quotidiano. Per il Foglio c’erano Michele Arnese, Marco Valerio Lo Prete e il direttore Giuliano Ferrara. Leggi Ecco che cosa è rimasto delle liberalizzazioni invocate dal Preside di Carlo Stagnaro

Il Foglio ha fatto quattro chiacchiere sul governo presieduto da Mario Monti. Hanno partecipato Linda Lanzillotta, ex ministro degli Affari regionali nel secondo governo Prodi, ora deputato dell’Api-Terzo polo; Dario Di Vico, editorialista del Corriere della Sera; e Giorgio Meletti, editorialista del Fatto quotidiano. Per il Foglio c’erano Michele Arnese, Marco Valerio Lo Prete e il direttore Giuliano Ferrara.
Il Foglio: Cerchiamo di capire il nuovo potere italiano. La politica è ridimensionata o emarginata dal controllo della decisione, a partire dalla sua formazione. Può assentire o negarsi, emendare, essere consultata, ma non è il motore delle scelte pubbliche a essa ormai parallele, definite e stabilite in un consesso di non eletti, di senza mandato. Si discute se quello di Mario Monti sia o no un governo politico, se tutti i governi debbano essere “istituzionali”, se si debba prendere atto o no dello stato di eccezione. Di sicuro c’è la rottura della procedura legittimante, quella elettorale e di mandato a un programma discusso con i cittadini, e una superlegittimazione eurocratica in risposta ai mercati e alla loro aggressività. I leader centristi invitano centrodestra e centrosinistra a cercare una loro nuova identità conformandosi alla sfida riformatrice del governo Monti, alla sua missione. Nulla sarà come prima quando, fra un anno e mezzo, l’Italia dovrà tornare a votare. Che ne dite?
Lanzillotta: Il governo presieduto da Monti nasce dal fallimento che tutti abbiamo visto. Dopo la moneta unica, l’Italia non è diventata più europea, le riforme non sono state fatte, e così l’efficienza dei servizi, l’apertura di mercato alla concorrenza, l’alleggerimento del perimetro pubblico sono tutte cose non realizzate. Siamo finiti in un contesto di corruzione e inefficienza, un po’ come avvenne ai tempi della Repubblica dei vecchi partiti all’inizio degli anni Novanta. Sebbene il centrosinistra rivendichi, secondo me a giusto titolo, un suo sforzo e una sua diversità di metodo e di sostanza, fatto è che né l’Ulivo né il centrodestra sono riusciti a ottenere quei risultati. Monti ha nella motivazione della chiamata e davanti a sé una grande missione politica, altro che. Malgrado le durezze della manovra, i sondaggi dicono che ha il 70 per cento dei consensi. L’opinione pubblica vuole che si cambi il modo di governare, il paradigma della decisione di governo. Populismo e conservazione corporativa hanno entrambi fallito. Monti non può essere una parentesi. Se in un anno gli riuscirà di far funzionare le cose in modo nuovo, nulla sarà come prima e i cittadini vorranno, come dicono gli inglesi, more of the same, più buona tecnopolitica come antidoto al ritorno fazioso e inconcludente. Sono in ballo la difesa del risparmio, dei salari, del posto italiano in Europa, e il pareggio di bilancio costituzionale è una novità decisiva: bisogna ridurre del tre per cento l’anno il debito pubblico e crescere contestualmente, ma senza il ricorso tradizionale alla spesa pubblica. Roba da togliere il fiato.
Il Foglio: Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, economisti di scuola americana, scrissero con asprezza, nella domenica in cui fu varata la manovra: non ci siamo, non c’è una strategia per la crescita, troppe tasse, effetto depressivo. Monti è sul lato della disciplina fiscale alla tedesca, e di un criterio come quello dell’economia sociale di mercato che i liberisti giudicano una pesante limitazione alla società aperta, un sistema banco-stato-centrico.
Il Foglio: Cerchiamo di capire il nuovo potere italiano. La politica è ridimensionata o emarginata dal controllo della decisione, a partire dalla sua formazione. Può assentire o negarsi, emendare, essere consultata, ma non è il motore delle scelte pubbliche a essa ormai parallele, definite e stabilite in un consesso di non eletti, di senza mandato. Si discute se quello di Mario Monti sia o no un governo politico, se tutti i governi debbano essere “istituzionali”, se si debba prendere atto o no dello stato di eccezione. Di sicuro c’è la rottura della procedura legittimante, quella elettorale e di mandato a un programma discusso con i cittadini, e una superlegittimazione eurocratica in risposta ai mercati e alla loro aggressività. I leader centristi invitano centrodestra e centrosinistra a cercare una loro nuova identità conformandosi alla sfida riformatrice del governo Monti, alla sua missione. Nulla sarà come prima quando, fra un anno e mezzo, l’Italia dovrà tornare a votare. Che ne dite?
Lanzillotta: Il governo presieduto da Monti nasce dal fallimento che tutti abbiamo visto. Dopo la moneta unica, l’Italia non è diventata più europea, le riforme non sono state fatte, e così l’efficienza dei servizi, l’apertura di mercato alla concorrenza, l’alleggerimento del perimetro pubblico sono tutte cose non realizzate. Siamo finiti in un contesto di corruzione e inefficienza, un po’ come avvenne ai tempi della Repubblica dei vecchi partiti all’inizio degli anni Novanta. Sebbene il centrosinistra rivendichi, secondo me a giusto titolo, un suo sforzo e una sua diversità di metodo e di sostanza, fatto è che né l’Ulivo né il centrodestra sono riusciti a ottenere quei risultati. Monti ha nella motivazione della chiamata e davanti a sé una grande missione politica, altro che. Malgrado le durezze della manovra, i sondaggi dicono che ha il 70 per cento dei consensi. L’opinione pubblica vuole che si cambi il modo di governare, il paradigma della decisione di governo. Populismo e conservazione corporativa hanno entrambi fallito. Monti non può essere una parentesi. Se in un anno gli riuscirà di far funzionare le cose in modo nuovo, nulla sarà come prima e i cittadini vorranno, come dicono gli inglesi, more of the same, più buona tecnopolitica come antidoto al ritorno fazioso e inconcludente. Sono in ballo la difesa del risparmio, dei salari, del posto italiano in Europa, e il pareggio di bilancio costituzionale è una novità decisiva: bisogna ridurre del tre per cento l’anno il debito pubblico e crescere contestualmente, ma senza il ricorso tradizionale alla spesa pubblica. Roba da togliere il fiato.
Il Foglio: Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, economisti di scuola americana, scrissero con asprezza, nella domenica in cui fu varata la manovra: non ci siamo, non c’è una strategia per la crescita, troppe tasse, effetto depressivo. Monti è sul lato della disciplina fiscale alla tedesca, e di un criterio come quello dell’economia sociale di mercato che i liberisti giudicano una pesante limitazione alla società aperta, un sistema banco-stato-centrico.
Lanzillotta: No, Monti è saldamente ancorato alla visione di una crescita economica necessaria. Ma oggi è il momento dell’emergenza risanatrice. Così è vero che il fuoco fiscale della manovra è forte, ma è la prima volta che corrono insieme in un unico pacchetto tasse, incentivi per le infrastrutture, defiscalizzazioni del lavoro e dell’impresa e liberalizzazioni.
Il Foglio: Veramente tutti dicono che liberalizzazioni e strategie pro crescita in campo infrastrutturale sono misure sulla via del rinvio a data da destinarsi.
Lanzillotta: C’è un attacco corporativo in Parlamento, i grandi partiti hanno grandi paure, Monti deve respingerlo.
Di Vico: La politica si è inceppata nel rapporto con i mercati. Non riesce a coinvolgere, governare ed egemonizzare la prassi di mercato, che è il meccanismo di funzionamento specifico delle economie moderne, in occidente e in tutto il mondo. I mercati sono persone, e anche un ceto di cui sarabbe interessante avere una radiografia sociologica seria. Questo ceto non crede nelle classi dirigenti europee, e l’Italia è in prima linea nella crisi di credibilità. I governi eletti prima di Monti e la sinistra di opposizione, quella che abbiamo visto nella foto alla festa di Vasto con Bersani, Di Pietro e Vendola, erano purtroppo inadatti anche al dialogo. I tecnici di ora hanno un’agenda internazionale, e non si tratta solo della presenza di Monti nella commissione Attali insediata dall’Eliseo o dei suoi rapporti stretti con Angela Merkel. Bisogna però domandarsi. E’ sufficiente questo accreditamento? Basta questa esperienza? La verità è che balliamo ancora. E tutto lascia prevedere che il problema di fondo, europeo e italiano, non sarà risolto da un anno e mezzo di supplenza tecnica, in queste condizioni politico-parlamentari. C’è sempre lo spread di mezzo, e finché non è riconquistata la stabilità le cose interessanti che diceva Linda Lanzillotta sono vincolate a una feroce remora di fatto. Quanto alle linee di divisione e distinzione interne al ceto tecnocratico, la Bocconi non è un partito. Meglio, perché sarebbe un guaio se risorgesse il mito del taumaturgo, portatore di pensiero unico. E’ vero che la vita pubblica e istituzionale di Monti è di impronta europeista classica, si forma a Bruxelles, mentre economisti di straordinario valore come Giavazzi e Alesina da anni dividono il loro tempo tra l’Italia e il laboratorio americano di Boston, e ciascuno risente del proprio ambiente di riferimento. Ma dobbiamo pur dire che, europeisti o anglosassoni, nessuno ha risolto il problema dei mercati e della loro fenomenale tendenza alla sfiducia aggressiva. Non sono algoritmi, e non sono formazioni facilmente padroneggiabili, i mercati: hanno un’individualità.
Il Foglio: Ma non era la mano invisibile la loro più profonda identità?
Di Vico: No. Ieri forse. Oggi sono ceti globali. Hanno un loro alfabeto, loro idee.
Il Foglio: In diciassette giorni è stata abrogata l’anzianità previdenziale, il tabù contro il quale per decenni si erano mossi a vario titolo tutti coloro che i mercati considerano e stimano come amici di un funzionamento efficiente del capitalismo italiano. La grande eccezione in Europa è stata cancellata in modo brusco, un taglio gordiano: e perché i mercati reagiscono così poco, e così male, con tanta inerziale lentezza, alla riforma di struttura considerata fino a ieri cruciale? E che parte fa in questa geopolitica del nuovo potere un Mario Draghi, l’altro Mario che lavora per agevolare il sistema bancario e la gestione del debito, ma non per cambiare lo statuto conservatore e non di garanzia finale verso la moneta unica della Banca centrale europea? E’ un americano amico di Goldman Sachs o un europeo classico di impronta renana?
Meletti: Osservo che i mercati, ceto o anonimato che ce li vogliamo rappresentare, stupidi non sono, e se non danno credito alla riforma delle pensioni di anzianità di Mario Monti una ragione seria deve esserci. Monti si presenta come il Wolf di “Pulp Fiction”: “Sono Wolf, risolvo problemi”. Ma affronta tutto dal punto di vista parziale della correzione dei conti pubblici, e dal lato del prelievo fiscale. Monti è stato creato dalla politica italiana e dai suoi fallimenti, ma anche dal metodo partitico e parlamentare con il quale adesso deve fare i conti. Il Parlamento era azzerato politicamente anche prima della formazione del governo tecnico di nomina presidenziale e di maggioranza per così dire obbligata. Il vero guaio è in questa falsa dialettica rigore-crescita sempre riferita ai conti pubblici. Il problema è che il capitalismo italiano funziona male. E per questo dello sviluppo si parla sempre in termini keynesiani. Protezioni e stimoli come i trenta miliardi di euro di sussidi alle imprese italiane, denunciati con radicalità da Giavazzi e Alesina, non sono varianti neutre. La politica italiana fallisce essenzialmente nel governo del capitalismo, e qui Monti non mi sembra all’altezza, non mi sembra portatore di una svolta vera. Nel sud le risorse italiane ed europee sono ingenti, ma è il regno specialistico di chi sa applicare il “prendi i soldi e scappa”. La grande impresa è messa male. A parte la funzione di rinnovamento esercitata da Marchionne nel mercato del lavoro e nelle relazioni sindacali, peraltro assai controversa, il fatto è che la crisi Fiat è avviata in qualche modo a soluzione ma tutto lascia pensare che l’industria dell’auto in Italia sia in via di esaurimento. A proposito di Draghi, l’ultimo intervento sul capitalismo italiano è la sua legge del 1998, quella tra l’altro sulla trasparenza degli stipendi dei manager e sulle regole per l’offerta pubblica di acquisto. Non credo ci sia una divaricazione tra cultura americana e cultura europeista, ma è certo che Draghi ha rivestito un ruolo diverso dalla media, anche se adesso è per dir così sterilizzato alla guida della Banca centrale di Francoforte. Comunque, gli americani governano il capitalismo con le regole e la loro osservanza tassativa. Per esempio: nessuno, nemmeno Monti, che in questo esprime gli stessi interessi conservatori dei governi precedenti, mette mano, per abolirli, ai patti di sindacato, pratica solo italiana che immobilizza la funzione propulsiva dei capitali. Se aboliti quei patti, sarebbe una vera frustata per la crescita economica, e un grande cambiamento. Ma campa cavallo…
Lanzillotta: Veramente nella manovra Monti c’è una norma che sancisce l’incompatibilità della presenza parallela nei consigli di amministrazione di aziende concorrenti (due banche, una banca e un’assicurazione). La cosa ha un significato non piccolo, e non c’era nella legge Draghi.
Meletti: Ricordo che quella legge fu varata sotto il governo Prodi…
Lanzillotta: Grazie per la malizia. Ma in quel governo io non c’ero, ero nel secondo.
Meletti: Io non c’ero nel primo né nel secondo.
Lanzillotta: E’ vero che con il mercato unico e la fine del sistema Mediobanca sono cadute le maggiori protezioni di un capitalismo sotto tutela. Ora bisogna fare qualcosa di serio e responsabile, ma le energie devono essere le nostre. Queste élite tra cultura e tecnocrazia sono quelle giuste per la bisogna. Sono tecnocrazia civica, passione civile. Capisco l’amarezza per la sospensione della democrazia nel suo riferimento al mandato elettorale diretto, ma tutti soffrivamo nel vedere quanto eravamo “unfit” nel condividere decisioni europee e globali di fronte all’incalzare della crisi finanziaria. Se non sei a quei livelli di interlocuzione, il tuo paese diventa una comunità montana, un irrilevante ente intermedio. Poi alla fine della fiera, quando tireremo le somme delle riforme, ci sarà un inedito ibrido europeo e americano. Non siamo soli nella ricerca e nell’oscillazione strategica. Guardate alla Francia, dove François Hollande, il candidato socialista all’Eliseo, promette di rovesciare gli accordi di Bruxelles se eletto nella prossima primavera, e Marine Le Pen, della destra antisistema, vuole il ritorno al franco francese. Sarà inevitabile il riassetto di tutta la classe dirigente italiana, compreso il gruppo di testa del capitalismo, e la leva della scelta fatta con Monti è l’unica che possa promuovere questo cambiamento di politica e di società.
Di Vico: Sono perplesso. Non c’è superiorità antropologica delle élite rispetto al ceto politico. Vediamo quanto valgono, se riescono, per adesso è un po’ presto per emettere giudizi definitivi, aperti sul futuro. Al trevigiano Bruno Visentini, evocato come nume tutelare delle scelte di governo istituzionale, io preferisco per esempio gli imprenditori del nord-est, veri agenti di ristrutturazione, innovazione, integrazione e modernizzazione.
Il Foglio: Meglio il sindaco trevigiano Gentilini del senatore Visentini?
Di Vico: Non scherziamo, sorrido di paradossi folcloristici. Ma per dirne un’altra sulle classi dirigenti, Enrico Cuccia non capiva gran che delle telecomunicazioni, come abbiamo visto dai suoi giudizi sul valore del business della tv commerciale.
Lanzillotta: Anche la Fiat, se è per questo, basti vedere come contribuì alla gestione infausta della partita Telecom privatizzata.
Di Vico: Monti è un problema più grosso delle falle di Fiat o di Visentini. Siamo all’esame degli esami, in una prospettiva di salvezza nazionale ed europea. I tecnici possono aiutare e irrorare di idee e nervature nuove la politica, ma solo se saranno stati efficaci nei risultati. Bisogna sperare che non ci sia deindustrializzazione, deflazione, che riforme vere riconducano i giovani fuori del perimetro dell’apartheid sociale in cui oggi si trovano. Allora sì, anche la tecnica si tradurrà in politica, naturalmente secondo il meccanismo “una testa un voto”. Ma è troppo presto, e anche avventato, proclamare da subito che “il governo Monti costruisce una rimodulazione dell’offerta politica in Italia”, come anticipa con qualche imprudenza il senatore Beppe Pisanu.
Meletti: A proposito degli industriali del nord-est come campioni di un capitalismo attivo, gli abbiamo sempre detto che la colpa di tutto era dello stato, e invece alle origini del disastro era sopra tutto la grande impresa. Sono d’accordo poi con Di Vico. I partiti si guardano l’ombelico, e il loro disegno di ristrutturazione della politica dopo Monti interessa solo a loro. Intanto, e questa è la mia preoccupazione, questo governo cosa fa, ha un’idea vera di riforma dell’economia e della società italiana? Ne dubito. Annunciano grandi piani infrastrutturali, quando tutti sanno che la crescita è fatta di piccole opere, di regole e incentivi che creano nuova domanda. Qui mi pare – e non vorrei essere troppo pessimista – che in altra forma siamo di fronte a un esecutivo che fa la solita politica in favore dei soliti gruppi di interesse.
Il Foglio: Veramente tutti dicono che liberalizzazioni e strategie pro crescita in campo infrastrutturale sono misure sulla via del rinvio a data da destinarsi.
Lanzillotta: C’è un attacco corporativo in Parlamento, i grandi partiti hanno grandi paure, Monti deve respingerlo.
Di Vico: La politica si è inceppata nel rapporto con i mercati. Non riesce a coinvolgere, governare ed egemonizzare la prassi di mercato, che è il meccanismo di funzionamento specifico delle economie moderne, in occidente e in tutto il mondo. I mercati sono persone, e anche un ceto di cui sarabbe interessante avere una radiografia sociologica seria. Questo ceto non crede nelle classi dirigenti europee, e l’Italia è in prima linea nella crisi di credibilità. I governi eletti prima di Monti e la sinistra di opposizione, quella che abbiamo visto nella foto alla festa di Vasto con Bersani, Di Pietro e Vendola, erano purtroppo inadatti anche al dialogo. I tecnici di ora hanno un’agenda internazionale, e non si tratta solo della presenza di Monti nella commissione Attali insediata dall’Eliseo o dei suoi rapporti stretti con Angela Merkel. Bisogna però domandarsi. E’ sufficiente questo accreditamento? Basta questa esperienza? La verità è che balliamo ancora. E tutto lascia prevedere che il problema di fondo, europeo e italiano, non sarà risolto da un anno e mezzo di supplenza tecnica, in queste condizioni politico-parlamentari. C’è sempre lo spread di mezzo, e finché non è riconquistata la stabilità le cose interessanti che diceva Linda Lanzillotta sono vincolate a una feroce remora di fatto. Quanto alle linee di divisione e distinzione interne al ceto tecnocratico, la Bocconi non è un partito. Meglio, perché sarebbe un guaio se risorgesse il mito del taumaturgo, portatore di pensiero unico. E’ vero che la vita pubblica e istituzionale di Monti è di impronta europeista classica, si forma a Bruxelles, mentre economisti di straordinario valore come Giavazzi e Alesina da anni dividono il loro tempo tra l’Italia e il laboratorio americano di Boston, e ciascuno risente del proprio ambiente di riferimento. Ma dobbiamo pur dire che, europeisti o anglosassoni, nessuno ha risolto il problema dei mercati e della loro fenomenale tendenza alla sfiducia aggressiva. Non sono algoritmi, e non sono formazioni facilmente padroneggiabili, i mercati: hanno un’individualità.
Il Foglio: Ma non era la mano invisibile la loro più profonda identità?
Di Vico: No. Ieri forse. Oggi sono ceti globali. Hanno un loro alfabeto, loro idee.
Il Foglio: In diciassette giorni è stata abrogata l’anzianità previdenziale, il tabù contro il quale per decenni si erano mossi a vario titolo tutti coloro che i mercati considerano e stimano come amici di un funzionamento efficiente del capitalismo italiano. La grande eccezione in Europa è stata cancellata in modo brusco, un taglio gordiano: e perché i mercati reagiscono così poco, e così male, con tanta inerziale lentezza, alla riforma di struttura considerata fino a ieri cruciale? E che parte fa in questa geopolitica del nuovo potere un Mario Draghi, l’altro Mario che lavora per agevolare il sistema bancario e la gestione del debito, ma non per cambiare lo statuto conservatore e non di garanzia finale verso la moneta unica della Banca centrale europea? E’ un americano amico di Goldman Sachs o un europeo classico di impronta renana?
Meletti: Osservo che i mercati, ceto o anonimato che ce li vogliamo rappresentare, stupidi non sono, e se non danno credito alla riforma delle pensioni di anzianità di Mario Monti una ragione seria deve esserci. Monti si presenta come il Wolf di “Pulp Fiction”: “Sono Wolf, risolvo problemi”. Ma affronta tutto dal punto di vista parziale della correzione dei conti pubblici, e dal lato del prelievo fiscale. Monti è stato creato dalla politica italiana e dai suoi fallimenti, ma anche dal metodo partitico e parlamentare con il quale adesso deve fare i conti. Il Parlamento era azzerato politicamente anche prima della formazione del governo tecnico di nomina presidenziale e di maggioranza per così dire obbligata. Il vero guaio è in questa falsa dialettica rigore-crescita sempre riferita ai conti pubblici. Il problema è che il capitalismo italiano funziona male. E per questo dello sviluppo si parla sempre in termini keynesiani. Protezioni e stimoli come i trenta miliardi di euro di sussidi alle imprese italiane, denunciati con radicalità da Giavazzi e Alesina, non sono varianti neutre. La politica italiana fallisce essenzialmente nel governo del capitalismo, e qui Monti non mi sembra all’altezza, non mi sembra portatore di una svolta vera. Nel sud le risorse italiane ed europee sono ingenti, ma è il regno specialistico di chi sa applicare il “prendi i soldi e scappa”. La grande impresa è messa male. A parte la funzione di rinnovamento esercitata da Marchionne nel mercato del lavoro e nelle relazioni sindacali, peraltro assai controversa, il fatto è che la crisi Fiat è avviata in qualche modo a soluzione ma tutto lascia pensare che l’industria dell’auto in Italia sia in via di esaurimento. A proposito di Draghi, l’ultimo intervento sul capitalismo italiano è la sua legge del 1998, quella tra l’altro sulla trasparenza degli stipendi dei manager e sulle regole per l’offerta pubblica di acquisto. Non credo ci sia una divaricazione tra cultura americana e cultura europeista, ma è certo che Draghi ha rivestito un ruolo diverso dalla media, anche se adesso è per dir così sterilizzato alla guida della Banca centrale di Francoforte. Comunque, gli americani governano il capitalismo con le regole e la loro osservanza tassativa. Per esempio: nessuno, nemmeno Monti, che in questo esprime gli stessi interessi conservatori dei governi precedenti, mette mano, per abolirli, ai patti di sindacato, pratica solo italiana che immobilizza la funzione propulsiva dei capitali. Se aboliti quei patti, sarebbe una vera frustata per la crescita economica, e un grande cambiamento. Ma campa cavallo…
Lanzillotta: Veramente nella manovra Monti c’è una norma che sancisce l’incompatibilità della presenza parallela nei consigli di amministrazione di aziende concorrenti (due banche, una banca e un’assicurazione). La cosa ha un significato non piccolo, e non c’era nella legge Draghi.
Meletti: Ricordo che quella legge fu varata sotto il governo Prodi…
Lanzillotta: Grazie per la malizia. Ma in quel governo io non c’ero, ero nel secondo.
Meletti: Io non c’ero nel primo né nel secondo.
Lanzillotta: E’ vero che con il mercato unico e la fine del sistema Mediobanca sono cadute le maggiori protezioni di un capitalismo sotto tutela. Ora bisogna fare qualcosa di serio e responsabile, ma le energie devono essere le nostre. Queste élite tra cultura e tecnocrazia sono quelle giuste per la bisogna. Sono tecnocrazia civica, passione civile. Capisco l’amarezza per la sospensione della democrazia nel suo riferimento al mandato elettorale diretto, ma tutti soffrivamo nel vedere quanto eravamo “unfit” nel condividere decisioni europee e globali di fronte all’incalzare della crisi finanziaria. Se non sei a quei livelli di interlocuzione, il tuo paese diventa una comunità montana, un irrilevante ente intermedio. Poi alla fine della fiera, quando tireremo le somme delle riforme, ci sarà un inedito ibrido europeo e americano. Non siamo soli nella ricerca e nell’oscillazione strategica. Guardate alla Francia, dove François Hollande, il candidato socialista all’Eliseo, promette di rovesciare gli accordi di Bruxelles se eletto nella prossima primavera, e Marine Le Pen, della destra antisistema, vuole il ritorno al franco francese. Sarà inevitabile il riassetto di tutta la classe dirigente italiana, compreso il gruppo di testa del capitalismo, e la leva della scelta fatta con Monti è l’unica che possa promuovere questo cambiamento di politica e di società.
Di Vico: Sono perplesso. Non c’è superiorità antropologica delle élite rispetto al ceto politico. Vediamo quanto valgono, se riescono, per adesso è un po’ presto per emettere giudizi definitivi, aperti sul futuro. Al trevigiano Bruno Visentini, evocato come nume tutelare delle scelte di governo istituzionale, io preferisco per esempio gli imprenditori del nord-est, veri agenti di ristrutturazione, innovazione, integrazione e modernizzazione.
Il Foglio: Meglio il sindaco trevigiano Gentilini del senatore Visentini?
Di Vico: Non scherziamo, sorrido di paradossi folcloristici. Ma per dirne un’altra sulle classi dirigenti, Enrico Cuccia non capiva gran che delle telecomunicazioni, come abbiamo visto dai suoi giudizi sul valore del business della tv commerciale.
Lanzillotta: Anche la Fiat, se è per questo, basti vedere come contribuì alla gestione infausta della partita Telecom privatizzata.
Di Vico: Monti è un problema più grosso delle falle di Fiat o di Visentini. Siamo all’esame degli esami, in una prospettiva di salvezza nazionale ed europea. I tecnici possono aiutare e irrorare di idee e nervature nuove la politica, ma solo se saranno stati efficaci nei risultati. Bisogna sperare che non ci sia deindustrializzazione, deflazione, che riforme vere riconducano i giovani fuori del perimetro dell’apartheid sociale in cui oggi si trovano. Allora sì, anche la tecnica si tradurrà in politica, naturalmente secondo il meccanismo “una testa un voto”. Ma è troppo presto, e anche avventato, proclamare da subito che “il governo Monti costruisce una rimodulazione dell’offerta politica in Italia”, come anticipa con qualche imprudenza il senatore Beppe Pisanu.
Meletti: A proposito degli industriali del nord-est come campioni di un capitalismo attivo, gli abbiamo sempre detto che la colpa di tutto era dello stato, e invece alle origini del disastro era sopra tutto la grande impresa. Sono d’accordo poi con Di Vico. I partiti si guardano l’ombelico, e il loro disegno di ristrutturazione della politica dopo Monti interessa solo a loro. Intanto, e questa è la mia preoccupazione, questo governo cosa fa, ha un’idea vera di riforma dell’economia e della società italiana? Ne dubito. Annunciano grandi piani infrastrutturali, quando tutti sanno che la crescita è fatta di piccole opere, di regole e incentivi che creano nuova domanda. Qui mi pare – e non vorrei essere troppo pessimista – che in altra forma siamo di fronte a un esecutivo che fa la solita politica in favore dei soliti gruppi di interesse.
Leggi Ecco che cosa è rimasto delle liberalizzazioni invocate dal Preside di Carlo Stagnaro